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La stretta del credito sulle Pmi รจ un errore per le banche 

2012-05-09 00:00:00.0000000

La stretta del credito sulle Pmi è un errore per le banche

 

 La debolezza della domanda interna sta creando seri problemi di tenuta alle Pmi.

Il fenomeno che più preoccupa è la situazione di illiquidità di molte, ed il razionamento del credito, ottenuto casomai a tassi e oneri insopportabili. La Centrale dei Rischi della Banca d’Italia segnala che rispetto al giugno del 2009 a fine 2011, i crediti bancari in sofferenza sono più che raddoppiati, ma si osserva che le sofferenze sono aumentate maggiormente nelle classi di fido più elevate (la così detta area ‘too big too fail’, troppo grandi per fallire): 161 % in più per i fidi superiori ai 25 milioni di Euro (Grandi aziende), + 81% per i fidi inferiori ai 125.000 € (piccole imprese). Opportunamente il 28 febbraio scorso è stato riesumato l’accordo per la moratoria dei crediti, provvedimento al quale possono ricorrere Pmi con prospettive di stare sul mercato ma a corto di cassa. Vedremo gli effetti concreti, anche se verifichiamo una strana lentezza da parte di alcune banche ad applicare tale accordo. A tutt’oggi alcune non hanno dato ancora disposizioni operative alle filiali periferiche. Intanto si dibatte l’annoso problema dei ritardi di pagamento dei crediti vantati dalle Pmi nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni con un rimpallo fra banche, Governo e Associazioni di Categoria su quale sistema utilizzare e relative quotidiane promesse operative di pagamenti a breve o smobilizzo di crediti finora disattese.

A molti tuttavia sfugge il grosso problema delle transazioni fra le grosse aziende e le Pmi, prive di potere contrattuale e negoziale. Nell’Industria e nella Gdo (grande distribuzione) i piccoli fornitori sono storicamente soggetti ai termini di pagamento vessatori, imposti dai grandi clienti, e questi tempi lunghi si propagano all’intero sistema economico con effetto domino, gonfiando il fabbisogno finanziario delle Pmi, che paradossalmente fanno da banche alle grandi imprese. In Germania i tempi medi di incasso sono 1 mese e mezzo, in Italia oltre quattro. Se le grandi imprese si adeguassero ai tempi tedeschi, le Pmi italiane avrebbero un fabbisogno di credito minore di circa 11 miliardi di Euro, riducendo del 40% l’esposizione a breve verso le banche.

Perché le banche non forzano in tal senso le Grandi Imprese, ottenendo come effetto una riduzione dei rischi di default delle Pmi, mentre continuano a premere sulle Pmi con richieste di rientro che aumentano invece i rischi di fallimento di quest’ultime? Questo è un mistero che vorremmo capire ed è una domanda rivolta soprattutto alle Associazioni di Categoria che finora non hanno denunciato il fenomeno con lo stesso vigore con cui si sono spinte contro il Governo e non fanno pressioni presso le Grandi imprese perché a loro volta paghino regolarmente le forniture. Forse che un debito  pubblico a livello finanziario è più grave di un debito privato? Noi crediamo che sia giunto il momento di ricreare un circuito virtuoso: le Grandi Imprese paghino regolarmente entro 60 giorni i loro debiti di fornitura, si finanzino meno presso il sistema bancario e ricorrano invece direttamente al mercato delle obbligazioni, come avviene nel resto dell’Europa. In tal modo si aiutano le Pmi che, pagate prima e meglio, possono poter ricorrere in via prioritaria al credito bancario, liberato dalle Grandi Imprese, e, secondo tale schema, possono garantirsi la loro sopravvivenza in questo momento di crisi.

Il dubbio è che le banche non promuovono tale soluzione perché sono di fatto troppo intrecciate e compromesse con le Grandi Imprese e riescono a fare la voce grossa solo con le Pmi, sbagliando e andando contro il loro stesso interesse. Questa contraddizione è ancor più evidente per le banche regionali - locali che si dicono legate al territorio.